Alfonso Rendano

  

Nato a Carolei, nella casa di rione Cicala, il 5 Aprile 1853, da papà Antonio e mamma Giuseppina Bruno, Rendano fu un bambino prodigio che mise subito in evidenza la sua versatilità per la musica. E’ presumibile supporre che esercitasse questa sua passione anche suonando l’organo a canne che tutt’ora si trova nella chiesa dell’Immacolata., poco distante dalla sua casa natale. A soli dieci anni, “enfant prodige” , superò l'esame di ammissione al Conservatorio di Napoli. Il suo talento attirò prima Mercadante e poi Thalberg, che lo volle prendere sotto la sua protezione e lo mandò a Parigi da Rossini. Quest'ultimo rendendosi conto del valore del giovane calabrese, gli procurò una borsa di studio per poter seguire le lezioni di G. Mathias, allievo prediletto di Chopin e perfezionare i suoi studi a Lipsia, In breve tempo, Rendano conquistò il difficile pubblico parigino, per poi ottenere grandi successi nel resto d'Europa, in primo luogo come pianista, ma anche come compositore. Fra i suoi più convinti estimatori vanno annoverati musicisti ed interpreti del calibro di Anton Rubinstein, Daniel Auber e Franz Liszt, con il quale intercorse un cospicuo carteggio di cui rimane ampia traccia nel “Fondo Rendano” donato alla Biblioteca Civica di Cosenza dalla Sig.raAngelica Ruffolo Scarpa (recentemente scomparsa), erede spirituale dell’opera del Maestro.

Forte della fama acquisita all'estero, fu chiamato ad insegnare al Conservatorio di Napoli, ma ne diede le dimissioni, con fierezza, per alcune divergenze insortesui metodi d’insegnamento, tra lui ed il Consiglio d’amministrazione. Uscito dal Conservatorio tenne, per tre anni circa, sempre a Napoli un "Istituto Musicale". Si spostò, quindi, a Roma dove proseguì l'attività didattica in forma privata, formando un gruppo di valenti esecutori.

Rendano concluse la sua carriera solistica, nel 1925, con un concerto al Teatro Valle di Roma, che lo aveva visto esordire appena dodicenne e, sempre nella capitale, finì i suoi giorni il 9 settembre 1931.

Rendano lascia un’opera compositiva che comprende circa 70 brani per pianoforte.

Di particolare interesse il Concerto per pianoforte e orchestra, il Quintetto per pianoforte e archi, l’Allegro in la minore per due pianoforti, e altre composizioni d’insieme fra cui - per piccola orchestra - la Marcia funebre in morte di un pettirosso.

Ed ancora, le Tre sonatine in stile antico e la Barcarola, di un’originalità non riscontrabile in nessuno degli italiani dell’epoca. E poi Il Montanaro calabro ed Alla Gavotta e Canzone calabrese che costituiscono un raro esempio, nella musica pianistica, in cui sopravvive quel mondo di ricordi ancestrali e dell’infanzia che gli appariva come fonte di nuove visuali e di nuovi climi.

Fu anche un innovatore in campo strumentistico ed a lui si deve l'invenzione di un pedale indipendente, detto anche "Terzo Pedale" o "Pedale Rendano" che, applicato al pianoforte, poteva prolungare le vibrazioni di un determinato suono

Carolei... e la sua storia

 É difficile stabilire come e quando la denominazione originaria del paese, Ixia, si sia trasformata in quella attuale. Il Barillaro segnala anche il nome Karalèa derivante da "kaloléou" (faccia di leone o del bel leone), soprannome dato al feudatario Caroleo che la governò fino all'arrivo dei Saraceni (mille di loro, di passaggio verso Cosenza, sarebbero morti in uno scontro con i Cristiani residenti in una zona oggi chiamata "Mille pagani"). È probabile dunque che, nel tempo, Ixia o Issia di Caroleo sia diventata Carolei. Anche per quanto riguarda le origini del centro urbano gli storici tramandano notizie non troppo chiare. Sembra che il primo insediamento di Ixia fosse una postazione agricola di Enotri. L'agglomerato di Appié la Terra, da cui deriva l'odierno paese, invece, si fa risalire a epoca greca. L'acropoli, infatti, sembra abbia ospitato un tempio dedicato ad Apollo Ixìos e un altro tempio, innalzato per venerare Giove, si trovava probabilmente sul colle che ne porta ancora il nome. Poche sono, quindi, le tracce documentali che consentono di ricostruire la storia del paese dalle origini al Medioevo. 


Sotto il governo di Federico il Grande, Carolei fu feudo di Riccardo de Rose (1239).   Nel 1326 si trova menzionato un diacono di nome Rogerus De Caroleis. Probabilmente fu posto sotto il feudo dell’arcivescovo di Cosenza, ma non sono da escludere periodi durante i quali sarebbe stato sotto il libero dominio di Cosenza. In ogni caso, sin dai primissimi anni del regno di Alfonso I d’Aragona, Carolei (con gli altri casali posti sulla Catena paolana) fu concessa, insieme a Rende agli Adorno di Genova (prima metà del ‘400). A questa famiglia rimase fino alla morte dell’ultima Adorno, Isabella. Rientrata in possesso della corte di Napoli, Carolei fu data, da Carlo V, nel 1532, al suo capitano Ferrante Alarçon-Medoza che divenne, così, marchese di Rende. Il dominio degli Alarçon-Mendoza perdurò fino a quando i francesi di Napoleone li spodestarono 

Durante la rivoluzione Napoletana del 1799, il generale Championnet incluse il paese nel dipartimento del Crati (cantone di Cosenza). Nel 1806 il centro abitato fu teatro di un violento scontro tra Borboni e Francesi. All’arrivo dei francesi fu sequestrato, fino al gennaio del 1808, il convento che i Frati Carmelitani dell’Antica Osservanza avevano costruito nel 1530 e, da allora, i padri francescani non vi ritornarono mai più. Con la conquista del Mezzogiorno continentale da parte di questi ultimi, Carolei, l’anno successivo divenne Luogo del governo di Mendicino e nel 1811 Comune del circondario di Dipignano. Nel 1812 il re Gioacchino Murat fece costruire la strada che collega Carolei ad Amantea. Nell'estate del 1860, nei pressi dell’antica necropoli in località Stiddra, si svolse una battaglia tra garibaldini e borbonici.

Nel contempo si affermò sempre di più il potere dei Quintieri, giunta da Napoli nel 700. A partire dall’800 la famiglia detenne, more feudalia, il bastone del potere cittadino e uno dei suoi esponenti, Angelo, fu deputato dal 1890 al 1904. Ma fu  l’iniziativa imprenditoriale a lanciare i Quintieri nell’empireo della borghesia capitalistica nazionale. Fondarono la Società Elettrica Bruzia, e la Banca di Calabria. Fu Quinto  a portare il nome dei Quintieri sulla scena internazionale. Fu ministro delle Finanze nel secondo governo Badoglio (1944). e guidò  la missione negli Stati Uniti per chiedere aiuti finanziari finalizzati ala ricostruzione postbellica. Eletto nella Costituente, nel corso degli anni '50 e '60 fu vicepresidente della Confindustria con delega alle relazioni estere. Consulente di numerosi organismi internazionali (tra cui la Cee e l’Euratom), finanziere di fama mondiale, sovvenzionò anche diverse testate giornalistiche d’orientamento liberale e collaborò con saggi scientifici. Ultimo dei Quintieri, Quinto morì a Ginevra nel 1968